Recensione: La locandiera al Teatro Strehler di Milano
Una Mirandolina contemporanea in un boutique hotel milanese: la ripresa goldoniana del Piccolo Teatro Strehler è stimolante, non sempre riuscita. Una protagonista memorabile.
Carlo Goldoni scrisse La locandiera nel 1753, in tre settimane, per la compagnia di Girolamo Medebach. La prima andò in scena a Venezia, con la grande attrice Maddalena Marliani nel ruolo di Mirandolina. Da allora il testo è diventato uno dei più rappresentati del repertorio italiano, e ogni nuova messa in scena è un test sulla tenuta di una commedia che parla di seduzione, potere e indipendenza femminile in un'epoca in cui le donne non ne avevano quasi nessuna.
La regia: una locanda nel presente
La regia sceglie una ambientazione radicalmente contemporanea: la locanda di Mirandolina è un boutique hotel di lusso nel centro di Milano, con arredi minimalisti, luci al neon e personale in divisa. La scelta è coerente e non gratuita: il potere economico di Mirandolina — che è padrona della sua attività e non dipende da nessuno — risulta più leggibile oggi che nel Settecento, in un'epoca in cui l'imprenditoria femminile è ancora oggetto di commento. I nobili squattrinati di Goldoni diventano manager in trasferta, il Cavaliere di Ripafratta un executive che diffida delle donne per paura della dipendenza emotiva.
L'adattamento del testo è sobrio: qualche taglio nei monologhi più prolissi, qualche aggiornamento lessicale, nulla che tradisca lo spirito goldoniano. La commedia respira.
La protagonista
L'interprete principale costruisce una Mirandolina che non seduce per vanità né per gioco, ma per necessità di controllo. È una donna che ha imparato a usare il desiderio degli uomini come strumento di sopravvivenza professionale, e lo fa con una lucidità quasi fredda che rende la sua vittoria finale ambigua: ha vinto, sì, ma a quale prezzo? La scena in cui finge di svenire davanti al Cavaliere è magistrale per dosatura — si vede esattamente il momento in cui la performance diventa quasi involontaria, in cui la seduttrice si sorprende a credere alla propria finzione.
Il Cavaliere di Ripafratta è interpretato con una rigidità che nasconde vulnerabilità: quando cede, la caduta è rapida e credibile. Il Conte di Albafiorita e il Marchese di Forlipopoli — i due nobili ridicoli — sono giocati per contrasto con una leggerezza che non scivola mai nel macchiettismo.
I limiti della messa in scena
Il terzo atto paga il prezzo di alcune scelte registiche che nel primo sembravano coraggiose. Il ritmo accelera eccessivamente nell'ultima mezz'ora: la scena del matrimonio tra Mirandolina e Fabrizio — scelta di convenienza più che d'amore, che in Goldoni ha una sua malinconica ironia — viene liquidata in pochi minuti, come se la regia avesse fretta di chiudere. La scena finale, con Mirandolina che si congeda dagli ospiti con un inchino teatrale verso il pubblico, è concettualmente interessante ma eseguita in modo frettoloso, senza lasciare che l'immagine sedimenti.
Anche la scenografia, elegante nel primo atto, nel terzo tradisce qualche approssimazione: i cambi scena sono lenti, e almeno in due occasioni si percepisce il rumore meccanico dei praticabili che stridono con la fluidità cercata dalla regia.
Il giudizio
Uno spettacolo stimolante e non sempre riuscito, come spesso accade quando si porta Goldoni fuori dal suo tempo senza avere del tutto chiaro dove portarlo. La protagonista vale da sola il prezzo del biglietto. Il testo regge, come sempre. La regia ha idee ma non sempre la pazienza di svilupparle fino in fondo. Vale la pena vederlo, con aspettative calibrate.