Luigi Pirandello: il teatro come specchio dell'identita

La vita e le opere del drammaturgo siciliano che rivoluzionò il teatro del Novecento: dal Fu Mattia Pascal ai Sei personaggi, fino al Nobel del 1934.

Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 ad Agrigento — allora Girgenti — in una casa di campagna chiamata "Caos", nome che lui stesso avrebbe usato come metafora della propria visione del mondo. Figlio di un commerciante di zolfo, studia a Palermo, Roma e Bonn, dove si laurea in filologia romanza nel 1891 con una tesi sul dialetto di Agrigento. Rientrato in Italia, si stabilisce a Roma e inizia una carriera letteraria che lo porterà, nel giro di quarant'anni, a diventare uno degli scrittori più influenti del Novecento.

Gli anni della narrativa

I primi decenni di attività sono dominati dalla narrativa. I romanzi — L'esclusa, Il fu Mattia Pascal, I quaderni di Serafino Gubbio operatore, Uno, nessuno e centomila — esplorano ossessivamente il tema dell'identità come costruzione sociale: chi siamo davvero, al di là della maschera che indossiamo per gli altri? Il fu Mattia Pascal, del 1904, è già in nuce tutto il teatro pirandelliano: un uomo scopre di potersi reinventare, ma scopre anche che l'identità senza gli altri non esiste.

La vita privata di Pirandello è segnata dalla malattia mentale della moglie Antonietta, internata definitivamente nel 1919 dopo anni di crisi paranoica. La convivenza con una donna che lo accusava di ogni delitto immaginario non è estranea all'ossessione pirandelliana per la relatività della verità: chi ha ragione? Chi decide cosa è reale?

La svolta teatrale

Pirandello si avvicina al teatro relativamente tardi. Le prime commedie dialettali siciliane risalgono agli anni Dieci, ma è con Così è (se vi pare) nel 1917 che emerge la sua voce drammaturgica originale. La piece mette in scena una comunità borghese che vuole sapere la verità su una vicenda familiare, e si trova di fronte all'impossibilità di stabilirla: ogni personaggio ha la sua versione, tutte plausibili, nessuna verificabile.

Sei personaggi in cerca d'autore (1921) segna la rottura definitiva con la tradizione naturalista. Sei figure irrompe su un palcoscenico durante una prova teatrale, reclamando il diritto di essere rappresentate. Il confine tra realtà e finzione, tra attori e personaggi, tra teatro e vita, viene sistematicamente demolito. La prima romana fu un disastro clamoroso — fischi, insulti, rissa in sala — ma la prima parigina, due anni dopo, sancì il trionfo europeo di Pirandello. Enrico IV (1922) completa la trilogia del teatro nel teatro con una delle figure più tragiche della drammaturgia del Novecento: un uomo che sceglie la follia come forma di libertà.

Il teatro dell'umorismo

Il pensiero estetico di Pirandello è sistematizzato nel saggio L'umorismo (1908), dove distingue il comico dall'umoristico. Il comico nasce dall'avvertimento del contrario — ridiamo della vecchia imbellettata perché non è come dovrebbe essere. L'umorismo nasce dal sentimento del contrario: quando capiamo perché quella vecchia si è imbellettata — per piacere ancora al marito, per non perderlo — la risata si mescola con la pietà, con il riconoscimento della nostra comune fragilità. È questa doppiezza — ridere e soffrire insieme — che caratterizza il teatro pirandelliano nei suoi momenti migliori.

Il Nobel e gli ultimi anni

Nel 1934 il Nobel per la Letteratura consacra Pirandello come uno dei grandi del secolo. Gli ultimi anni sono dedicati ai cosiddetti "miti" — La nuova colonia, Lazzaro, I giganti della montagna — in cui l'indagine sull'identità si apre verso dimensioni più cosmiche e simboliche. I giganti della montagna, rimasto incompiuto alla sua morte nel dicembre 1936, è forse il testamento più enigmatico: un'opera sulla potenza e l'impotenza dell'arte di fronte alla brutalità del mondo.

L'influenza di Pirandello sul teatro del Novecento è incalcolabile. Il teatro dell'assurdo — Beckett, Ionesco, Pinter — eredita dalla sua lezione la sfiducia nel linguaggio come strumento di comunicazione autentica, il palcoscenico come trappola, il personaggio come prigioniero di se stesso.