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PROGETTO BABELE RIVISTA LETTERARIA - Archivio Racconti: Attese di Stefania Lami
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Attese
di Stefania Lami
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Appena fuori dalla città, il traffico d’un tratto scompariva e guidare diventava l’occasione per seguire, oltre che la strada, il filo dei suoi pensieri.

La giornata non era delle migliori per affrontare il viaggio che, seppur breve, prevedeva qualche chilometro da ingoiare, una scivolata sopra il mare e ritorno, tutto in un solo giorno.

Il cielo era stato fin dalle prime ore del mattino una scorribanda continua di nuvole, che si divertivano a oscurare un sole anemico di aprile, insomma, la tentazione di posticipare tutto alla prossima settimana, o forse anche a quella dopo, o a mai, era stata forte, ma sapeva che non era possibile, le scuse con se stessa si erano esaurite già da qualche mese e il tempo completamente lacerato.

Aveva fatto bene a partire.

Aveva fatto bene a partire oggi

Aveva fatto bene a partire sola.

L’Aurelia filava via tranquilla e sempre uguale con il suo asfalto rattoppato e rialzato ai lati, per colpa delle radici dei pini marittimi, piegati e stanchi come le prostitute lì, in attesa, da anni.

 

Ho aspettato sempre.

Ho aspettato per minuti, ore, giorni.

Ho aspettato anche mesi. Anni ho aspettato.

Sorridente, fiduciosa.

Col ghigno sdentato di bambina quando mi lasciavi dai nonni, te li ricordi i nonni vero?

Certo che te li ricordi, erano a tua disposizione sempre.

I tuoi genitori.

Tuo padre, mani grandi e calde.

Tua madre, soffocata dalle grida dell’unica figlia pazza e violenta.

Entrambi schiacciati dal senso del dovere che tu ogni giorno contribuivi a far crescere, quei poveri vecchi pronti all’uso che diventavano nonni solo quando ti serviva.

Ti guardavo andare via soddisfatta e il tuo bel sorriso era il pane dei miei giorni a venire.

 

Insegnava italiano e storia al liceo classico e quel giorno aveva chiesto un permesso per motivi familiari senza dare tante spiegazioni alla segretaria dell’istituto, una vecchia scortese in odore di pensione, pochi capelli tristemente tinti, che senza neanche alzare gli occhi dal faldone “supplenti” le aveva biascicato di riempire il modulo.

Aveva scelto il mercoledì perché lo odiava.

Le era da sempre sembrato il giorno più lungo della settimana, così neutro, lontano dai buoni propositi del lunedì mattina e da quelli cattivi del venerdì sera, indeciso e anche un po’ inutile, proprio come lei si sentiva.

La strada liberata degli alberi, adesso curvava di continuo, correndo tra una rupe a sinistra, che pareva volerle accarezzare la fiancata dell’auto e l’infinito, spalancatosi a destra; la scogliera lì sotto non la poteva vedere, ma se la immaginava perché la conosceva bene, alti scogli inospitali che si spaccavano qua e là per far uscire ciuffi di macchia mediterranea e poi mare, mare, mare.

Ancora qualche curva e tutto sarebbe cambiato, i profumi del ginepro, del mirto, della ginestra e del timo sarebbero scomparsi, uccisi dall’odore residuo delle fritture di pesce estive, gli scogli fieri e temibili si sarebbero arresi, frantumandosi in spiaggia docile e accogliente, al posto dei pescatori, bambini e ombrelloni, al posto del nulla, il tutto: bar, negozi, scooter, supermercati, pub, risate, ristoranti, chiacchiere, musica cubana, brasiliana, latino-americana, aperitivi, apericene, cosce abbronzate, braccia muscolose, un mondo parallelo che sarebbe esploso fra pochi mesi, d’estate.

Ma per fortuna non questa mattina, non questo mercoledì, non mentre lei stava passando.

 

Ho aspettato con la smorfia strafottente e smarrita dell’adolescenza.

Ferma immobile per ore davanti al portone ormai chiuso della scuola.

Lì dovevo stare e lì stavo.

Non era permesso muoversi, tornare a casa con le amiche, accettare passaggi dagli altri genitori, prendere un mezzo pubblico, neanche sedersi sul gradino.

Niente.

In piedi dovevo aspettare, sola, che dalla curva a gomito della strada sbucassi tu.

Trafelata, con i capelli neri che ti spaccavano il volto in cento pezzi e la bocca di sangue che vomitava insulti contro il mondo intero.

 

Aveva voglia di un caffè, ora che il libeccio aveva stracciato il cielo e spinto la pioggia ancora da cadere dietro di lei, oltre le colline.

Magari il vento avesse potuto sbranare anche quella parte della sua vita così lontana, ma sempre pronta, come le nuvole, a tornare per metterla di fronte a tutte le angherie che aveva sopportato.

Il traghetto partiva alle 13.45, doveva affrettarsi, il caffè lo avrebbe preso a bordo, solo il pensiero di poter perdere la corsa e dover aspettare la successiva, dopo due ore, le faceva crescere quel morso nello stomaco che conosceva bene.

 

Ho aspettato le tue promesse, le ho viste sfarsi e perdersi come le maglie di lana sui tuoi ferri abbandonati.

Ho aspettato perché eri brava a raccontare, facevi tue le vite degli altri e me le proponevi come un futuro possibile per entrambe e io, con gli occhi spalancati di fronte alla felicità, non avevo ancora imparato a leggere la bugia nell’angolo delle tue labbra.

 

Biglietto, imbarco, dieci, forse dodici auto a salire su quel traghetto e due tir, pieni di generi alimentari, dinosauri enormi.

Allungò il passo sulle scalette ripide perché l’odore della nave e soprattutto del garage era, come sempre, nauseante e fu subito all’aperto, sola.

Pareva che i pochi passeggeri avessero tutti paura dell’aria, tant’è che dopo l’imbarco erano corsi nelle sale al coperto e svelti si erano impegnati a far qualcosa, chi mangiava, chi si era messo a dormire, i più si stordivano beatamente al cellulare.

Lei, al contrario, respirava profondamente standosene appoggiata alla ringhiera appiccicosa di salmastro, sbollata e ridipinta cento volte di smalto bianco lucido. Guardava Piombino farsi piccola piccola con i suoi fantasmi arrugginiti.

Lo zaino le pesava sulle spalle.

Il vento e i capelli rossi giocavano sparpagliandosi indisciplinati in tutte le direzioni pizzicandole il viso, si guardò intorno con antico imbarazzo sentendosi inadeguata perché non riusciva a fermarli, poi vide che lì non c’era nessuno a giudicarla e sorrise, il suono acuto della sirena le indicò il getto improvviso e nero e greve di un fumo denso che faticava a issarsi nel cielo e si incuneava lateralmente, per sparire sbiadendo, mischiandosi alla trasparenza azzurra dell’aria pulita.

Non era riuscito a sporcare il cielo, succedeva sempre così, il fumo alla fine era solo fumo.

I gabbiani festeggiavano.

 

Ti aspettavo sempre, anche quando eri lì, con me.

E mi stringevi forte guardando l’orologio, perché il tempo era il tuo legame con la vita, mercanteggiavi ogni momento che trascorrevamo insieme, eri brava a barattare con libri e giocattoli la tua assenza.

“Dai che sono belli, vedrai che non ti annoi, e quando torno…”

Ci credevo davvero, ci credevo ogni volta, e prendevo dai tuoi occhi convincenti quei regali che però si esaurivano sempre prima del tuo ritorno.

“Quando torno…”

E le stagioni hanno ripetuto l’eco di questi due suoni.

L’eco.

 

Si era accorta solo quando le ruote dell’auto avevano toccato la terraferma, dopo aver sobbalzato sulla piattaforma della nave, che quel caffè era rimasto un desiderio, ma adesso non poteva, il pensiero correva già sulla strada che portava alla punta estrema dell’isola, quella abbandonata, la più lontana da tutto, dal porto, dalle abitazioni, dalle strade, dalle persone, la più difficile da raggiungere, quella parte dove, sapeva, non sarebbe mai più tornata. Là era diretta.

Si sforzava di guidare lentamente, avrebbe voluto dilatare quell’ora e mezza fino allo stremo, per riviverla, una volta a casa, alla velocità che più le fosse piaciuta, ma qualcosa dentro di lei le imponeva di sbrigarsi, correre, e così una mano sudata rimaneva radicata al volante, l’altra sul cambio, le ruote stridevano ad ogni curva e gli occhi puntati oltre, che di lì a poco sarebbe apparso.

E apparve.

La scomparsa di ciò che richiamava una presenza umana sull’isola fu il segnale che era arrivata dove voleva. Le spiagge non esistevano più, al loro posto massi bianchi lisciati dalle onde degradavano nelle acque cobalto, davanti la Spagna, il vento feroce costringeva la sua auto parcheggiata sul ciglio della strada a movimenti strani, simili a singhiozzi e lei per l’ultima volta con lo zaino caricato sulle spalle cominciò a scendere verso il mare che sembrava la chiamasse.

 

Ogni tanto, negli ultimi tempi, squillava il cellulare, Emma c’era scritto, eri tu.

Alla E ti avevo registrato, non alla M di mamma, non te lo meritavi.

L’infermiere ti aiutava a chiamarmi ad intervalli regolati dalla morfina, ti eri trasformata in quello di cui avevi sempre avuto paura, eri diventata un fermo-immagine.

Io, invece avevo cercato di salvarmi, ma non so se ci sono riuscita.

La clinica dove ti mantenevo era molto, molto lontana dalla mia vita, l’avevo fatto per non darmi la possibilità di cadere ancora.

Poi, finalmente, sei morta.

 

Ceneri nere, bianche e grigie, qualcuna addirittura brillante, di spessore e forma differente uscirono come coriandoli dallo zaino spalancato, esplosero nel vuoto e se ne andarono via, scapparono nel vento, disperse ovunque, libere, mentre lei continuava di agitare in aria il cilindro di alluminio che le aveva contenute perché si svuotasse completamente.

Nulla, non doveva rimanerci nulla.

 

Non ti sto perdonando, non lo farò mai.

Sto perdonando me stessa, ho scelto di non ritrovarti mai più, voglio che non esista un luogo dove portare i miei figli per dire loro, questa era vostra nonna, mia madre.

Non ti sto perdonando, non lo farò mai.

 

Iris risalì a passi grandi e leggeri le pietre bianche, ad un certo punto notò una crepa abbastanza profonda e cieca fra due sassi, si fermò e vi spinse dentro il cilindro chiuso fino a vederlo sparire, poi continuò a salire.

Arrivò alla sua auto, guardò il cellulare, il traghetto sarebbe ripartito tra due ore, aprì la portiera, lanciò sul sedile accanto al suo lo zaino che si ripiegò ora su se stesso e mise in moto.

Un caffè la stava ancora aspettando.

 

© Stefania Lami



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